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venerdì 16 agosto 2013

Antichi Liguri: le Datazioni e le Fonti storiche

Europa 1.300 a.C. - Cartina di alcune delle popolazioni stanziate 
in Europa e vicino oriente: Liguri, Celti, Italici, Germani, 
Illiro-Venetici, Elleni (Greci), Baltici, Slavi, Traci, Frigi, 
Indo-Iraniani, Anatolici. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Il Manoscritto prosegue, ma mi intriga, a questo punto, datare gli eventi.

Per il post sul Manoscritto, "Sanremo: favolose origini e favolosi Tesori" clicca QUI

Nel passo: "Li nostri furon detti liguri Focensi contro de quali da Romani fu mossa guerra l'anno 550 di Roma come segna. Questi Focensi, per schivare il furor di Ciro che manometteva l'Egitto lasciarono il proprio paese, passarono ad altre provincie come nella Corsica della quale si resero padroni: così l'accerta Luca da Cinda nelle sue relazioni dal tìtolo Costumi della Corsica, pag. 495; fondarono Marsiglia in Provenza l'anno del mondo 3.427, Olimpiade 60, come segna il Lualdi al lib. 2 cap. 7 e pag. 7 dell'Origine della cristiana religione in occidente et in altri province, come in Calabria come all'istesso", le notizie hanno un riscontro storico, quello che non collima è la datazione secondo gli "anni del mondo".
L'autore del Manoscritto ci segnala i vari riferimenti temporali per datare gli eventi:
1) l'anno di Roma, cioè il tempo trascorso dalla fondazione di Roma, che noi datiamo nel 753 a.C.,
2) l'anno del mondo (?),
3) il numero dell'Olimpiade, e per noi la Prima fu nel 776 a.C., e sappiamo che l'evento era ogni 4 anni.
Da questi dati possiamo calcolare quello che secondo l'autore del Manoscritto era l'anno 0 del mondo, infatti se Marsiglia fu fondata nella 60° Olimpiade, quindi 240 anni dopo la prima, e siamo nel 536 a.C., essendo il 3.427° anno del mondo, l'anno 0 del mondo è per noi il 3.963 a.C.
Per la fondazione di Marsiglia, l'anno 536 a.C. può essere vicino ai dati delle fonti storiche,
Per la datazione dei passaggi di Fetonte in Italia, l'autore del Manoscritto scrive:
"Il Bardi, nel suo Compendio istorico, segna due venute in Italia di Faetonte: la prima l'anno 2110 (così a detto anno, e pag. 43), la seconda all'anno 2160, pag. 45, dove così: "Ligure fu gratamente raccolto da Siccano re, il quale le assegnò quella parte del Genovesato, detta poi Liguria ", e quindi la prima nel 1.853 a.C. e la seconda nel 1.803 a.C., date esageratamente anteriori alle date riportate dalle cronache antiche.

Le notizie sull'antica Focea e sui Focei (o Focesi, anche se è lo stesso nome usato per gli abitanti della regione Focide, a sud del passo delle Termopili) e sui Sicani di cui dispongo, danno le seguenti datazioni:

Moneta di Focea in elettro di 1/6 di
statere raffigurante la foca marina,
simbolo di Focea, con sotto la lettera Φ,
iniziale di Focea e coniata nel 600-550 a.C.
conservata al British Museum  di Londra.
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Nella seconda metà del VI secolo a.C. Focea perse l'indipendenza assieme alle altre città della Ionia. 
Prima passò a Creso, re di Lidia, e subito dopo, con la sconfitta di Creso nel 546 a.C., a Ciro il Grande, re di Persia.
I Focei si rifugiarono a Chio con l'intenzione di acquistare e stabilirsi sulle isole Enusse, ma, respinta l'offerta, si diressero verso la colonia di Alalia in Corsica.
Da quando i Focei si stabilirono ad Alalia, in Corsica, per cinque anni costruirono templi e saccheggiarono i paesi circostanti, fino a quando Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.).
Carta dell'antico mar Tirreno
con la zona della battaglia
di Alalia del 535 a.C.
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I Focei vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Rhegion (l'attuale Reggio Calabria) e da lì risalire la costa per fondare Elea.
Tra i fondatori della colonia figurava anche il filosofo Senofane, capostipite della futura Scuola eleatica. 
Focea fu un importante porto commerciale e fondò colonie nel Mediterraneo occidentale: Massalia, (attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna.
Ci informa infatti Erodoto che, utilizzando pentecontere, anziché navi mercantili dallo scafo rotondo, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo rotte commerciali che si spinsero molto lontano, fin sull'Oceano Atlantico presso Tartesso.
La pentecontera era una nave a propulsione mista, essendo sospinta sia dalla vela che dalla voga e fu la prima imbarcazione adatta alle lunghe navigazioni.
Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave.
Antica pentecontera greca
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L'esemplare più famoso appartiene al mito: la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti.
In seguito il termine andò a designare un'intera classe di navi, anche più potenti, sia a un ordine (monere) che a due (diere), dotate anche di più di 50 rematori.
Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. Le sue dimensioni sono stimate in circa 38 metri di lunghezza per 5 metri di larghezza.

Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza
di Tartesso segnalati in verde brillante, le colonie greche in blu
e le colonie fenicie in verde-oliva. Si vedono il Lago Ligustico,
 Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz).
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
Giunti a Tartesso, in (Spagna), i Focei strinsero amicizia col re Argantonio che li invitò a trasferirsi nel suo paese.
I Focei declinarono la proposta.
Allora, avuta notizia della potenza dei Medi, Argantonio inviò loro una grande somma d'argento per costruire le mura difensive della loro città.
I loro viaggi marittimi erano estesi: a sud commerciavano probabilmente con la colonia greca di Naucrati, in Egitto; a nord aiutarono probabilmente l'insediamento delle colonie di Amiso e Lampsaco.
A proposito della fondazione di Massalia, si narra che Focei e Samioti aprirono
relazioni commerciali con gli abitanti delle coste dell'Iberia orientale e della Gallia meridionale, che erano quasi tutti Ibero-Ligi (Ligi sta per Liguri) e Liguri.
Cartina del Mediterraneo nell'VIII sec. a.C. con le pòleis (città)
della Grecia, delle sue colonie e città fondate sucessivamente.
 Si notano Focea e le città a lei collegate:  Lampsaco più a nord,
Amiso sul Mar Nero,  Naucrati in Egitto,  Massalia (Marsiglia),
Alalia, Cuma, Elea, Rhegion (Reggio Calabria).
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Le origini di Massalia sono oscure. I primi abitanti storici del luogo sono popolazioni liguri. Sembra che i Fenici frequentassero la zona e che intrattenessero scambi commerciali con le genti locali, ma non esistono prove. Notizie attendibili si hanno solo con l'arrivo dei Greci.
Nel 600 a.C. i Focei fondarono un insediamento che chiamarono come la loro città d'origine: Focea (greco: Phokaia). I Greci si integrarono rapidamente con le popolazioni locali come lascia supporre la leggenda tramandata da Giustino.
Figura maschile 
di Ligure
della fine del
VI sec.a.C., 
 con copricapo 
a forma
di testa di cigno
Parigi Musèe 

de Louvre
« I comandanti della flotta erano Simos e Protis. Così incontrarono per chiederne l'amicizia il re dei Segobrigi (tribù Ligure, n.d.r.), di nome Nanno, nel territorio del quale desideravano fondare la città. Per caso quel giorno il re era occupato nei preparativi delle nozze della figlia Gyptis, che, secondo le usanze locali, egli si preparava a dare in matrimonio al genero scelto durante il banchetto. Così, essendo stati invitati alle nozze tutti i pretendenti, anche i Greci furono richiesti come ospiti al convivio. Introdotta quindi la vergine, avendo ricevuto l'ordine dal padre di offrire dell'acqua a quello che aveva scelto come marito, allora trascurati tutti si volse ai Greci e offrì l'acqua a Protis che, da ospite divenuto genero, ricevette dal suocero un luogo su cui fondare la città. »
(Giustino, Historiarum Philippicarum T. Pompeii Trogi Libri XLIV, 43, 3, 8-11)
Secondo Ateneo di Naucrati, che cita la Costituzione di Marsiglia di Aristotele, fu Eusseno di Focea a sposare Petta, la figlia di Nanno, alla quale cambiò il nome in Aristossena. Loro figlio fu Protis, capostipite della famiglia dei Protiadi. Dopo le nozze la coppia si stabilì sulla collina a nord di Lacydon che divenne poi il nucleo originario della futura città.
La particolareggiata leggenda sull'origine di Massalia (Marsiglia), riportata da Marco Giuniano Giustino, storico romano del II-III secolo d.C., ci fa intendere che Massalia non può essere considerata una colonia esclusivamente greca, ma più probabilmente era luogo di un'intesa greco-ligure, come accesso al Mediterraneo dei commerci continentali centro-europei e viceversa (sale, metalli, ambra, vino, manufatti ecc.).

Dal 1.300 a.C. - Tucidide riferisce come i Sicani si sarebbero stabiliti in Sicilia poichè scacciati dai Liguri dal loro territorio originario presso il fiume Sicano (l'attuale Xùcar, Jùcar in castigliano, a sud di Valencia, vedi sotto la mappa dei 7 fiumi) nella penisola iberica, prima della guerra di Troia.
I Sicani, avrebbero addirittura preceduto in Trinacria i Ciclopi e i Lestrigoni, e da più fonti risulta che i Sicani fossero in realtà Iberi stanziati presso il fiume Sikanos in Iberia (Stefano di Bisanzio ed Ecateo ricordavano pure una città iberica chiamata "Sikanè"), da dove i Liguri li avrebbero scacciati.
Da loro l'isola, che prima si chiamava Trinacria, finì col prendere il nome di Sicania.
Ai tempi di Tucidide i Sicani avrebbero abitato la parte occidentale della Sicilia.
Dionigi di Alicarnasso, storico greco del I secolo a.C., nelle Antichità romane, parlando degli aborigeni italici, riporta l'opinione di alcuni secondo i quali essi sarebbero stati coloni dei Liguri e definisce questi ultimi "vicini degli Umbri", riportando che abiterebbero "molte parti dell'Italia e alcune parti della Gallia" ma che non si conosce il loro luogo di origine.
Carta geografica dei sette fiumi importanti per la storia dei
Liguri e dei confini delle loro aree di influenza:
Guadalquivir (l'antico Tartesso o Betis) , Jùcar
o Axucar (l'antico Sicano), Ebro, Rodano, Var (Varo),
Magra e Arno. -  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Riferisce inoltre dei versi del "Trittolemo" di Sofocle, che enumera i Liguri lungo la costa tirrenica a nord dei Tirreni e ancora riprende la notizia di Tucidide, riferendo come i Sicani fossero una popolazione di origine iberica, scacciata dal loro originario territorio dai Liguri, mentre, secondo Filisto da Siracusa, gli stessi Siculi sarebbero stati Liguri, cacciati dalla loro terra dagli Umbri e dai Pelasgi e passati in Sicilia sotto la guida di Siculo, diciotto anni prima della guerra di Troia.
 Infine riferisce che i Liguri occupavano i passi delle Alpi e avrebbero combattuto contro Ercole (o contro Prometeo, secondo il "Prometeo liberato" di Eschilo).
Nell'Eneide i Liguri sono una delle pochissime popolazioni che combattono al fianco di Enea nella guerra contro i Rutuli. Virgilio nomina anche i loro due re, Cunaro e il giovane Cupavone, il figlio e successore di Cicno, figura già nota nella mitologia greca.

Ecco quindi un'altro riferimento per la datazione degli eventi storici per gli antichi: la Guerra di Troia.
Dal 1.200 a.C. - Si sviluppa in Europa un'Età del Ferro.

Carta con le antiche Micene,Troia e Sparta
Dal 1.190 a.C- Inizia della guerra di Troia (Ilio) cantata da Omero nell'Iliade, che durerà nove anni.
La datazione di questo conflitto è importante poiché è diventato un riferimento per datare gli eventi, come poi successe per la prima olimpiade dei Greci.
Fonti letterarie greche parlano di una distruzione di Troia ad opera greca da collocarsi alla fine del XII secolo a.C.
Tucidide parla di Agamennone e della guerra di Troia nel "II libro delle Storie (par.9)", ma la datazione è ricavabile dal passo del libro V legato al cosiddetto "discorso dei Meli".
Nel dialogo con gli Ateniesi, i Meli sottolineano di essere di tradizione dorica e di essere stati colonizzati dagli Spartani da settecento anni. Siccome l'avvenimento è del 416 a.C. e passano ottant'anni tra la guerra di Troia e la colonizzazione dorica ("ritorno degli Eraclidi"), la data attribuita da Tucidide alla caduta di Troia è il 1196 a.C., cioè il XII secolo a.C.
Erodoto ricostruisce una datazione più antica, ma attraverso una ricerca meno storiografica: nel II libro delle Storie (lògos egizio, cap.145) egli sostiene di essere nato quattrocento anni dopo Omero ed Esiodo. La distruzione di Troia è così spostata più indietro: 1350-1250 a.C.
Ricostruzione del cavallo di Troia
Eratostene di Cirene è autore della datazione che, dal III secolo a.C., riscuote maggiore successo. Non essendoci giunte opere complete di questo autore, la sua datazione viene riportata da Dionisio di Alicarnasso nelle Antichità romane, in un passato collegato all'arrivo di Enea in Italia e alla fondazione di Lavinio.
Dionisio riporta la data esatta, in termini antichi, della caduta di Troia, che corrisponderebbe all'11 giugno 1.184-1.182 a.C., ancora XII secolo a.C.
Ultima conferma sembra venire dalla Piccola Cosmologia di Democrito di Abdera, filosofo del V secolo a.C. e contemporaneo di Erodoto. Egli dice di aver composto quest'opera 730 anni dopo la distruzione di Troia; essendo vissuto intorno al 450 a.C., la data in questione risulta essere il 1.180 a.C.
Nel XII secolo a.C. quindi, gli Elladi-Micenei si aprirono la strada verso il Mar Nero con una spedizione militare contro la città di Troia.
Il processo della decadenza micenea parrebbe iniziare proprio con la guerra di Troia.
L'invasione dorica del 1.100 a.C., quasi un secolo circa più tarda, invece, ne sarebbe stato il colpo di grazia.

Per approfondire inoltre l'origine Ligure dei Siculi e altre notizie sui Sicani:
Dal libro "La Tirrenia antica", opera in due volumi scritta da Claudio De Palma e pubblicata da Sansoni Editore (volume primo, pagine 214-215): "i Pelasgi... un popolo che occupava in antico tutto il bacino dell'egeo e tutta la Grecia continentale compreso il peloponneso, e occupò in seguito vaste zone dell'Italia... nessuna altra stirpe pregreca viene descritta dagli storici antichi come colonizzatrice di estensioni così vaste, e l'opera di colonizzazione sembra partisse appunto dalle bocche del po, con Spina, e di qui si irradiarono per tutta la pianura padana fondandovi le dodici città ricordate da diodoro siculo (xiv, 113, 1) che secondo lo storico preesistevano all'occupazione da parte degli etruschi di almeno sette secoli"
Spina era un'antica città situata nella bassura padana accanto alle sponde dell'Adriatico, la cui esistenza è attestata da varie fonti. Tra queste Dionisio di Alicarnasso (Ant. rom., I, 18, e 28, 3) secondo il quale schiere di Pelasgi, o per consiglio dell'oracolo di Dodona o per sottrarsi agli Elleni, passarono per mare in Italia, e presso il fiume Spinete (un ramo del Po, nei pressi dell'attuale Comacchio) fondarono un accampamento, che si trasformò nella florida città di Spina, che mandava doni votivi a Delfi; ai Pelasgi successero i barbari (cioè i Celti), poi i Romani. Spina, come riferiscono Strabone e Plinio, aveva un edificio per contenere doni votivi, nel santuario apollineo di Delfo. Era perciò considerata come città ellenica, e l'elemento ellenico dovette essere numeroso in Spina, specialmente quando nei primi tempi del secolo IV a. C. Dionisio il Grande, signore di Siracusa, fece sentire il suo potere alle foci del Po. Tale elemento ellenico si dovette distendere sull'elemento etrusco e sull'antico elemento etnico veneto o umbro; poi fu l'assoggettamento di Spina ai Galli (dall'inizio del sec. III a. C.). Ai tempi augustei Spina era ridotta a un semplice villaggio.

Nel XIV e XIII a.C. - Una frazione di Liguri si era stabilita nel Lazio, proprio nell'area dove verrà poi fondata Roma. Presumibilmente queste popolazioni avevano avuto il controllo della Toscana, Umbria (loro erano Cere, Pisa, Saturnia, Alsio, Faleri, Fescennio) e delle Marche, in cui avevano fondato Numana e Ancona. Questi Liguri erano denominati Siculi, e potrebbe trattarsi dei Šekeleš, uno dei popoli del Mare.
Nave Shardana, uno dei
Popoli del Mare
Dionigi di Alicarnasso nella sua storia delle antichità romane parla dei Siculi come della prima popolazione che abitò la zona di Albalonga, dove poi sorse Roma. Il nuovo confine territoriale fu il fiume Salso dove rimase fino all'arrivo dei Greci.
Siculo (o Sikelòs o Siculos), è il presunto Re siculo che avrebbe dato il nome al popolo Siculo e alla Sicilia (Sikelia). La sua figura nella tradizione storiografica rimane costantemente legata alla storia del popolo Siculo che dalla penisola italiana passò in Sicilia, anche nei casi in cui si suppone che il popolo non fosse di Siculi, ma di Ausoni o di Liguri, sempre dello stesso popolo, e dello stesso re si parla.
Antioco Senofaneo parla di un Siculo indistinto che sembra comparire dal nulla per dividere le genti, i Siculi dai Morgeti e dagli Itali-Enotri.  
Dei Siculi si fa menzione a proposito dell'arrivo dei Pelasgi in Italia. Così tramanda Dionigi di Alicarnasso:
“Affrettatevi a raggiungere la Saturnia terra dei Siculi, Cotila, città degli Aborigeni, là dove ondeggia un'isola; fondetevi con quei popoli, ed inviate a Febo la decima e le teste al Cronide, ed al padre inviate un uomo.”
I Pelasgi accolto l'ordine di navigare alla volta dell'Italia, e di raggiungere Cotila nel Lazio vetus, allestirono numerose navi e si diressero come prima tappa verso le coste meridionali dell'Italia, che erano le più prossime. Lo schema narrativo seguito da Dionigi è identico a quello che Varrone aveva prodotto prima di lui, per cui ci si aspetterebbe che i Pelasgi, obbedendo all'oracolo che ingiungeva loro di recarsi a Cotila, andassero a sbarcare sulle coste del mar Tirreno dove lo stesso Varrone li aveva fatti approdare.
“Ma”, dice Dionigi, “per il vento di Mezzogiorno, e per la imperizia dei luoghi, andarono a finire in una delle bocche del fiume Po, chiamata Spina. Qui lasciarono le navi, fondarono la città di Spina, si diressero verso l'interno e, superati gli Appennini, vennero a trovarsi sul versante occidentale della penisola italica nella regione dove a quel tempo abitavano gli Umbri.”
Ai Siculi, dice poi Dionigi, i Pelasgi tolsero CerePisaSaturniaAlsioFaleriFescennio ed altre città che in proseguo di tempo furono occupate dagli Etruschi autoctoni che coabitavano la regione.
In Dionigi di Alicarnasso leggiamo che i primi aggressori dei Siculi (o Liguri-Siculi), quando essi ancora si trovavano in Italia peninsulare furono i cosiddetti Aborigini che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lesbio in Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia.
Secondo Dionigi di Alicarnasso la città di Roma avrebbe avuto come primi abitatori indigeni dei barbari siculi successivamente espulsi dagli Aborigeni con l'aiuto dei Pelasgi. I Siculi, respinti, si sarebbero rifugiati in Sicilia e gli Aborigeni si sarebbero estesi sino al fiume Liris assumendo il nome di Latini, dal re che li avrebbe domati al tempo della guerra troiana. Altre località che poi divennero pelasgiche, come Antemnae, Fescennium, Falerii, Pisae, Saturnia ecc. sarebbero state in origine occupate dai Siculi mentre un quartiere di Tivoli, che ancor oggi conserva il nome di Siciliano, avrebbe avuto al tempo di Dionigi ancora dei Siculi.
Varrone nel "De lingua latina" considerava i Siculi originari di Roma perché numerose erano le somiglianze tra la lingua loro e quella latina. Servio considerava addirittura i Siculi giunti dalla Sicilia a Roma, e cioè proprio al contrario di tutte le altre testimonianze. Invece Festo fa i Siculi respinti dai Sacrani o Sabini insieme con i Liguri. Infine Solino li considera tra le più antiche popolazioni dell'Italia con gli Aborigeni gli Aurunci i Pelasgi e gli Arcadi.
Anche i Sicani sono ricordati nel Lazio (l'antico Latium vetus), in Solinosia in Plinio il Vecchio dove i Sicani sono considerati popoli della lega del Monte Albano. Questi stessi Sicani sono ricordati nell'Eneide di Virgilio come alleati dei Rutuli, degli Aurunci, dei Sacrani; Aulo Gellio e Macrobio li ricordano con gli Aurunci ed i Pelasgi. Evidentemente si tratta non di Sicani ma di Siculi che nella tradizione poetica latina sono stati confusi tra loro.
L'altra tradizione di Filisto di Siracusa sarebbe quella che fa dei Siculi una popolazione ligure, ed i liguri sarebbero stati coloro che, secondo Tucidide e Dionigi di Alicarnasso, avrebbero spinto le popolazioni sicane dall'Iberia, costringendole ad occupare la Sicilia. Questa tradizione dell'origine ligure dei Siculi si ritrova in Stefano di Bisanzio in cui si cita un passo di Ellanico, e anche in Silio Italico i Siculi sono considerati Liguri. In seguito a queste affermazioni si è rilevata dagli storici moderni la presenza di nomi di città come Erice, Segesta ed Entella in Liguria.
« Anche il nome di Alba s'incontra spesso in Liguria. Un luogo di questo nome trovasi a occidente del Rodano nel territorio degli Elvii. A settentrione di Massalia (Marsiglia) conosciamo una popolazione montana ligure degli "Aλβιείς", Albienses o Albiei, e nel suo territorio Alba Augusta. Seguono in direzione orientale sulle coste italiane Albium Intemelium, Albium Ingaunum, Alba Decitia. Non lontana dal versante settentrionale degli Appennini trovasi sul Tanaro Alba Pompeia. Da ciò viene il quesito, se non sia la stessa voce ligure contenuta nel nome di Alba Longa. Al tentativo di spiegare questo nome con l'aggettivo latino "albus" contraddice non solo che da qualche attributo non siasi giammai formato un nome di luogo, ma anche la considerazione che l'aspetto di Alba Longa debba destare una impressione opposta all'aggettivo latino. Questo luogo è collocato sopra materiali vulcanici dei monti Albani, e il colore fondamentale della regione è grigioscuro. » (W. Helbig, Die Italiker in Der Poebene, 1879)
G. Sergi facendo riferimento alle affermazioni di Helbig sulla strana natura del nome "Alba Longa", conviene che «il colore dei monti Albani è scuro, bluastro quasi, e va al nero in alcune ore del giorno». Quindi Alba Longa non poteva apparire molto "alba". Ma oltre Alba Longa si hanno nomi derivati da Alba come i monti Albani, il lago Albano, e il più importante di tutti il nome di Albula, già nome del Tevere. Sergi si chiede quindi se Alba Longa sia stato un abitato Ligure. Nel Lazio non c'è mai stata una tradizione che ricordi i Liguri, ma invece i Siculi, come leggiamo in Dionigi di Alicarnasso: « La città che dominò in terra e per tutto il mare, e che ora abitano i Romani, secondo quanto viene ricordato, dicesi tenessero gli antichissimi barbari Siculi, stirpe indigena; questi occuparono molte altre regioni d'Italia, e lasciarono sino ai nostri giorni documenti non pochi nè oscuri, e fra questi alcuni nomi detti Siculi, indicanti le loro antiche abitazioni » (Dionigi di Alicarnasso I, 9; II, 1 (Trad. Sergi))
Ed esaminando i caratteri fisici dei Liguri e dei Siculi, Sergi avrebbe stabilito la loro identità: anche da ricordi archeologici risulta esservi stato un simile comune costume funerario; e lo scheletro neolitico di Sgurgola presso Anagni era colorato in rosso come gli scheletri neolitici delle Arene Candide, (e dei Balzi Rossi, n.d.r.), grotte liguri. Liguri e Siculi sarebbero stati quindi due rami dello stesso ceppo umano, solo che, avendo differenti abitati, sarebbero stati erroneamente considerati come due razze diverse. La teoria è quindi che quando si parla di questi antichissimi barbari Siculi, primi abitatori della città che poi fu Roma, si tratti di una popolazione ligure-sicula condotta da Siculo.
Troviamo effettivamente riscontro in Filisto di Siracusa che, riportato da Dionigi di Alicarnasso, sostiene che la gente, la quale passò dall'Italia in Sicilia, non era di Siculi, ma di Liguri condotti da Siculo. Servio scrive che la città da lui denominata "Laurolavinia", composizione delle due, Laurentum e Lavinium, che si fusero, sorse dove già abitasse Siculos. Antioco di Siracusa ci dice che: « La regione, che ora chiamasi Italia, anticamente tennero gli Enotri; un certo tempo il loro re era Italo, e allora mutarono il loro nome in Itali; succedendo ad Italo Morgete, furono detti Morgeti; dopo venne un Siculo, che divise le genti, che furono quindi Siculi e Morgeti; e Itali furono quelli che erano Enotri » (in Dionigi di Alicarnasso, 1,12)
Nel Lazio e in altre regioni d'Italia questa identità di razza dei Siculi con i Liguri è rivelata da un altro fatto, cioè dai nomi dei luoghi, montifiumi, laghi, oltre che dalle forme nominali etniche dei rami differenti della stirpe. Le teorie che abbiamo visto sulle origini centro italiche prima, e liguri poi, si incontrano e si sposano perfettamente in questa terza teoria: Dionigi che aveva scritto che i Siculi fossero i più antichi abitatori della città che fu Roma, e del territorio latino, narra che i primi aggressori per occupare il loro abitato con lunga guerra furono i cosiddetti Aborigini che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi. Questi non riuscirono a sconfiggere totalmente i Liguri-Siculi, i quali però, secondo quanto ci riferisce Ellanico Lebio in Dionigi, infine, stanchi delle aggressioni o non potendo resistere ad esse, avrebbero lasciato il territorio e sarebbero migrati, passando per l'Italia Meridionale, in Sicilia, che da loro avrebbe preso il nome. Non tutti i Liguri-Siculi avrebbero seguito Siculo in Sicilia e sarebbe per questo motivo che si riscontrano tracce liguri-sicule in tante regioni italiane
La fondazione di Alba, secondo la tradizione che vuol essere storia, così è descritta da Dionigi di Alicarnasso: « Nel trentesimo anno dopo fondata Lavinio, Ascanio, figlio di Enea, fondò un'altra città; e dai Laurentini e da altri Latini e da quanti altri desideravano una sede migliore, trasportò gente nella città recentemente costrutta, cui aveva posto nome "Alba", la quale in lingua greca vuol dire λευκή ("bianca" in italiano), ma per distinguerla da altra città che aveva lo stesso nome, vi aggiunse una parola, che con la prima forma un insieme, "Alba Longa", cioè, Λευκή μακρά » (Dionigi di Alicarnasso, I, 66)
Quale fosse quest'altra "Alba", e dove, Dionigi non lo dice, né adduce il motivo per il quale la nuova sia detta "Longa" (μακρά). Livio, invece, scrive: « is Ascanius, ubicumque et quacumque matre genitus - certe natum Aenea constat - abundante Lavini multitudine florentem iam, ut tum res erant, atque opulentam urbem matri seu novercae relinquit, novam ipse aliam sub Albano monte condidit, quae ab situ porrectae in dorso urbis Longa Alba appellata est » (livio, I, 3)
Qui c'è da osservare che la città si fondava sub monte Albano, vuol dire che già questo monte aveva un nome, che, potrebbe secondo Sergi essere ligure-siculo in quanto non potrebbe significare bianco, come sarebbe in lingua latina, per via della palese colorazione scura-bluastra tendente al nero dei monti Albani. Dionigi che aveva preso la tradizione dagli autori della tradizione romana, traduce infatti Alba per Λευκή, Bianca. Sergi dopo aver esaminato il nome "Alba Longa" passa ad osservare i suoi derivati e si sofferma su "Albula", antico e primitivo nome del Tevere, come Livio, Plinio, Virgilio (Albula nomen) scrissero. Si conclude che il nome non può aver a che fare con la colorazione in quanto Virgilio stesso chiama flavus il Tevere perché trasporta sabbia, poi ancora lo chiama "caeruleus", "ceruleo", e anche Orazio lo chiama flavum.
Esiste un altro fiume Albula nel Piceno, ricordato da Plinio nell'enumerare abitati e fiumi della quinta regione italica, il Piceno; e nomina anche fra altre città "Numana", a Siculis condita. Ciò significa che la regione era occupata dai Siculi, i quali diedero i nomi dei fiumi e degli abitati secondo il loro linguaggio.
Poi ancora abbiamo Albinia, nell'Argentario, territorio che fu etrusco, ancora una città Alba vicina al Fucino, e Alba in Piemonte, un monte Alburnus in Lucania, un fiume Alba in Sicilia, ricordato da Diodoro Siculo; e in Liguria Alba Pompeia, Alba Decitia, e Albium o Album o Alba Intemelium e Ingaunum, (Albenga da Albium Ingauna e Ventimiglia da Albium Intemelia); Albiei e Alba nella Provenza; Alba nella Betica in Spagna e Alba fiume a nord-est della Spagna.
Ancor più sorprendente il ricordo di Strabone, che le Alpi prima avevano il nome di Albia, e Albius mons era detta la sommita delle Alpi ora Giulie.
G. Sergi esamina attentamente i rapporti linguistici che potrebbero esserci fra i tratti linguistici siculi e quelli liguri, ma non solo. Inizia il suo studio ponendo lo sguardo su alcuni suffissi che egli ritiene caratterizzanti dei linguaggi liguri e siculi.
Un suffisso caratteristico ligure accettato è quello delle parole terminanti in -sco, -asco, -esco, in nomi propri, dovuto alla scoperta di un'antica iscrizione latina dell'anno 117 a.C., dove trattasi di un giudizio in una controversia territoriale fra Genuenses e Langenses, liguri. Qui s'incontrano i nomi di Novasca, Tulelasca, Veraglasca, Vineglasca. Inoltre nella tabula alimentaris riferibile alla disposizione di Traiano imperatore, per soccorrere di viveri fanciulli e fanciulle, si trovano altri nomi liguri con la stessa terminazione.
Il Zanardello Tito, in alcune sue memorie, tentò di mostrare l'espansione dei nomi con tale suffisso ligure e anche di altri similmente liguri non soltanto in Italia, ma ancora nell'antica Gallia compreso il Belgio; e calcola seguendo il Flechia, che il numero dei nomi italiani col suffisso -sco in alta Italia supera 250; e simili forme si sono trovate nella valle della Magra, nella Garfagnana e altrove.
Abbiamo nomi etnici Volsci, Osci o Opsci, poi Graviscae, città tenuta dagli Etruschi, Falisci, un popolo o una tribù Japuzkum o Iapuscum delle Tavole icuvine; e poi Vescellium in Arpinia, Pollusca nel Lazio, Trebula Mutuesca nell'Umbria, Fiscellus, monte ai confini dell'Umbria, ed altri altrove. Poi ancora abbiamo il nome di Etrusci e Tusci, che adoperarono i Romani e dopo gl'Italiani e altri.
Altri suffissi:
-la, -lla, -li, -lli, come in Atella, Abella, Sabelli, Trebula, Cursula;
-ia, -nia, -lia, come in Aricia, Medullia, Faleria, Narnia;
-ba, come in Alba, Norba;
-sa, -ssa, come in Alsa, Suasa, Suessa, Issa;
-ca, come in Benacus (Benaca), Numicus (Numica);
-na, come in Artena, Arna, Dertona, Suana;
-ma, come in Auxuma, Ruma, Axima, e forse anche Roma;
-ta, -sta, come in Asta, Segesta, Lista;
-i, come Corioli, Volci o Volsei.
A proposito della radice Alb, è interessante ciò che è tratto da: http://www.unior.it/userfiles/workarea_477/LZ6%20Perono_pp102_128.pdf
che motiverebbe la successiva fusione dei Liguri con le popolazioni Celtiche.
La famiglia toponimica paleoligure di Alba, connessa a idronimi paleoeuropei in Alb- e, apofonicamente, al tipo Olb- (anche Orb- in area ligure), non rappresenta una formazione diretta sull’aggettivo indoeuropeo albho- ‘bianco’, ma, insieme a questo, continua un radicale pre-protoindoeuropeo Hal-bh- ‘acqua’ attestato anche dal sumerico halbia, (accadico halpium, ‘sorgente, massa d’acqua, cavità d’acqua’) ed è ulteriormente analizzabile come ampliamento
della radice protoindoeuropea Hal- ‘nutrire’. Simile diffusione ha la base indoeuropea HwaH-r- ‘acqua’
Alcuni toponimi e idronimi di area ligure (l’area linguistica e culturale di formazione di nomi quali Olbicella, appunto) e delineando l’esistenza di una “famiglia” di denominazioni di luoghi che ci piace definire(sulla base del radicale non solo indoeuropeo che è all’origine della loro formazione) “città d’acqua”.
Esistono prove di elementi comuni, sia pure remoti (già dalla fase indoeuropea), in ambito culturale e linguistico, tra gli antichi Liguri e gli abitanti (ad essi contemporanei) dell’Europa occidentale storicamente noti, almeno in parte, come Celti.
Una macroscopica similitudine toponimica riguarda la Britannia (forse solo quella meridionale, in origine). Si ritiene (e l’ipotesi è assai convincente)che Albiōn ,il nome di origine ancestrale della Britannia, sia connesso con le forme toponimiche liguri Albium e Album. La radice della denominazione è comune ed è,appunto, alb indoeuropeo albh.
Da Albium ed Album derivano nella toponomastica ligure antica e “contemporanea” tra gli altri, l’omologo (omofono ed omografo rispetto alla seconda forma) Album, Album, Inganum, Album, Ingaunum, Albingaunum, ‘Albenga’, Albium Intemelia ‘Ventimiglia’, Albuca (nelle Gallie ed in Aquitania), Alba in provincia di Cuneo, Alba Heluorum in Provenza, Alba, attuale Arjona, in Spagna. Giacomo Devoto segnala inoltre,come di possibile ascendenza (o influenza nella formazione onomastica ligure, il toponimo di Albona, città istriana che sorge a pochi chilometri di distanza dal mare. Tutte queste denominazioni sono riconducibili direttamente alla radice alb e a una forma simplex che è Album. Ma Album non è connesso primariamente (si appurerà in seguito come si tratti di uno spostamento di significato rispetto all’originale) al latino albus, ‘bianco’. Deriva, invece, dalla radice albh che è la base, ad esempio, dell’idronimo germanico Albis, il nome del fiume Elba.
Tutti questi nomi indicano stanziamenti su canali, su fiumi o su mari, in pratica luoghi situati in prossimità dell’acqua (e anche idronimi, denominazioni, appunto, di referenti che coincidono con l’iconimo: corsi d’acqua). Quel che a noi interessa in questa sede è che come la radice albh viene a essere la base dell’idronimo Albis, nome di origine ancestrale (in quanto idronimo paleoeuropeo) del fiume Elba, così essa è la componente generativa di alcune delle numerosissime denominazioni (antiche e “contemporanee”) Olbia che denotano, come tutti i nomi formati dalla radice albh, luoghi situati su canali, fiumi o mari.
Olbia, la più antica colonia di Mileto, sul Mar Nero, ad esempio, ebbe come nome epicorico Olbia (senza varianti), derivato dalla radice albh con apofonia vocalica della [a] iniziale nel grado atimbro [o] (il radicale olbh è equivalente sul piano lessicale e derivato a livello morfofonologico dalla base albh).
Olbia si ritrova, come toponimo, in Britannia, sulla destra del fiume Bug (in Ucraina), in Provenza, in Sardegna e altrove , a latitudini moltodifferenti, dunque – in Licia e nell’Ellesponto; naturalmente, soprattutto nel caso delle colonie elleniche, è stata inevitabile una sovrapposizione motivazionale col beneaugurante aggettivo greco ólbios, (femminile olbía).
Se si resta nell’ambito di denominazioni legate alla radice albh e al significato di‘acqua’, può essere interessante ricordare che Albula, fu l’antico nome del fiume Tevere
Albiōn, il nome di origine ancestrale della Britannia, viene a denotare, dunque, la grande isola sul Canale della Manica, un locus, quindi, sull’acqua e circondato dall’acqua.
La ricostruzione albh (con bh richiesta dal germanico b/inAlbiz, ‘Elba’) non è tuttavia l’unica presa in considerazione nella glossografia.
Giovanni Semerano, tra gli altri sostenitori dell’origine della radice alb da una famiglia linguistica non indoeuropea (nella teoria dell’Autore questo è postulato per definizione, dato che viene rifiutata
l’esistenza stessa dell’indoeuropeo), propone una derivazione dall’antichissima voce accadica alpium a sua volta dal sumerico albia, ‘sorgente’,‘massa d'acqua’,‘cavità d'acqua’. Questa forma si sarebbe poi trasferita nel sistema toponimico delle lingue “indoeuropee”, da un lato mantenendosi immutata nella radice alb.



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