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giovedì 5 settembre 2013

Ercole e altri Miti a Tartesso

Lo stemma dell'Andalusia, con Ercole fra due colonne e due
docili leoni.
Da: http://www.tartessoscomic.com/html3.htm
Tartesso, un'enigma che dura da tremila anni.
Nella prima metà del primo millennio a.C., nel sud-ovest della penisola iberica ha prosperato un paese favoloso il cui splendore abbaglia ancora: Tartesso è il regno della felicità e della fortuna. Tartesso è esistita davvero? Le fonti letterarie e le scoperte archeologiche sembrano confermare la sua esistenza, ma cos'era Tartesso? Una città? Un fiume?
Un' impero? Il paese dei morti e le porte dell'inferno, dell'Ade? Una dimora di dei e spiriti? Tartesso era Atlantide? Gli Champs Elysées? Il Giardino delle Esperidi? La cornucopia? L'isola dei Beati, la terra di oro, argento e stagno, la fine del mondo? ... Qual è la verità nella leggenda?
Il dibattito è in corso da secoli e cercando le risposte alle molte domande poste, così come alla ricerca di tesori, fama e gloria, gli archeologi e gli storici stanno scavando la terra in Andalusia, Estremadura e nel Sud del Portogallo, e spolverano vecchi tomi scuri nelle biblioteche di tutto il mondo.

Consideriamo in primo luogo i Miti inerenti l'enigma di Tartesso.

Antica rappresentazione di Heràcle
che uccide il leone di Nemea
con le sole mani.
Ercole - Il più popolare mito classico associato a Tartesso è senza dubbio quello di Ercole. Il semidio è conosciuto in Spagna come il fondatore di Gadir (la moderna Cadice), importante colonia fondata da Fenici di Tiro intorno al 1.100 a.C., che un tempo aveva circa tremila abitanti e ha avuto rapporti molto stretti con Tartesso per più cinque secoli. L'importanza in Andalusia di Ercole è tale che la sua figura appare sullo stemma della regione con due leoni addomesticati.
Fu lui, il figlio di Zeus, che aprì lo Stretto di Gibilterra, e i due promontori rocciosi dello stretto (Gibilterra e Tangeri), furono battezzati con il nome di "Le colonne d'Ercole" e segnavano, nell'antichità, la fine del mondo conosciuto; numerose leggende predicevano la morte e indicibili sofferenze a coloro che si avventuravano ad attraversarle, poiché oltre ad esse vi era il buio oceano, dimora di creature del mare e la residenza di Ade, il dio dei morti.
L'enclave dell'antica Tartesso.
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Ad Ercole, noto ai Fenici con il nome di Melqart, era dedicato un grande tempio nella parte orientale dell'isola Eriteia o Eritìa, l'isola attuale di Sancti Petri, dove furono erette in suo onore due enormi colonne bronzo di otto cubiti, con un alto costo di costruzione.
Il Tempio di Melqart era famoso e molto visitato nel suo tempo, e lì hanno sempre fatto sacrifici i marinai di ritorno da un viaggio fatto in tutta sicurezza: sotto le sue mura si diceva che scorresse una magica corrente di bassa marea.
L'eroe ha avuto due famosi "incarichi" nel territorio di Tartesso, cioè rubare i buoi di Gerione e di rubare le mele d'oro del giardino delle Esperidi.

Gerione - Nel corso della sua decima fatica, Ercole raggiunse l'isola di Eritìa a bordo della barca d'oro del dio Helios. In primo luogo affrontò Orto,  il cane con due teste fratello di Cerbero, che uccise con la sua mazza, dopodiché uccise il pastore Euritión, figlio di Ares, che ha accudiva la mandria di buoi rossi del re di Tartesso: il gigante Gerione, un essere mitologico figlio di Crisaore e Calliroe, che aveva tre corpi uniti in vita e aveva fama di essere l'uomo più forte del mondo. Entrato nella mischia, Ercole lotta coraggiosamente contro Gerione e infilza, con una freccia avvelenata, i tre corpi del gigante, con un preciso tiro dal suo fianco. Visto che il figlio di Crisaore rimase in piedi, nonostante la terribile ferita, Ercole dovette tirarlo giù con altre tre frecce.
Stele di Nora
Così prese la splendida mandria di rossi bovini, di cui si diceva che fossero così ben alimentati dai ricchi pascoli di quella terra che era necessario applicargli ventose sanguisuga di volta in volta, in modo da non farli affogare nel proprio sangue in esubero. Ercole poi si imbarcò nuovamente nella Barca a vela d'Oro con la mandria da Tartesso, che poi restituì al suo proprietario, il dio Helios. Dal sangue di Gerione nacque un albero che, quando le Pleiadi sono visibili, produce frutti come ciliegie senza nocciolo. Queste bacche rare danno il potere della chiaroveggenza. Si diceva che Gerione fosse nato in una grotta vicino alla sorgente del fiume Tartesso "dalle radici argentee", nell'interno montuoso dei suoi domini, per cui a volte viene identificato con il fiume Tartesso stesso, vale a dire Guadalquivir, che a quel tempo comprendeva tre bracci alla foce, come i tre corpi del re gigante.
Si parla anche di un castello o "Arx Gerontis", che alcuni identificano con l'attuale isolotto Salmedina. Gerione non morì senza figli. Sua figlia Erytheia ebbe con Hermes  un figlio che chiamarono Norax.
Norax, come re di Tartesso, colonizzò la Sardegna e fondò la città di Nora, la più antica dell'isola, in cui fu ritrovata una stele con scrittura fenicia.

Il Giardino delle Esperidi - Le Esperidi (in greco antico "Esperide" era l'occidente), figlie di Atlante e di Espero, la stella della sera (Vespero, il pianeta Venere), erano le ninfe del tramonto; queste bellissime fanciulle avevano il compito di custodire un bellissimo giardino, in cui era sempre primavera: le aiuole piene di fiori di ogni colore, dagli alberi pendevano frutti enormi e dolcissimi. La meraviglia delle meraviglie era nel mezzo del giardino, un albero dalle foglie di un verde lucido con rami carichi di frutti d'oro. L'albero era stato ragalato da Gea, la terra madre, a Hera il giorno delle sue nozze con Zeus, e le fanciulle dovevano ben custodirlo insieme al terribile drago di nome Ladone. Il re Euristeo sentì parlare di questi frutti e comandò a Ercole di portarglieli, così l'eroe dopo l'impresa dei bovini rossi, si incamminò subito alla ricerca del giardino delle Esperidi. Durante il suo girovagare, un giorno si fermò sulle rive di un lago a riposarsi, e dalle acque del lago emerse una ninfa che chiese ad Ercole il motivo della sua stanchezza; l'eroe spiegò alla ninfa che stava cercando il giardino delle Esperidi e la ninfa gli consigliò di rivolgersi a Nereo. Nereo, che era una divinità del mare che poteva prendere qualsiasi forma, per sfuggire alla domanda di Ercole cominciò ad assumere tutte le forme possibili e immaginabili per spaventarlo, ma abituato a ben altro, Ercole rimase lì fermo ad aspettare la fine dello spettacolo; così Nereo, avendo avuto la dimostrazione del coraggio del giovane uomo, confidò ad Ercole che il giardino delle Esperidi si trovava in Mauritania, il paese di cui era re il titano Atlante, padre delle Esperidi. Giunto all'estremo lembo occidentale del mondo, dove trovò Atlante che sorreggeva sulle spalle la pesante volta del cielo, l'eroe gli espose lealmente il desiderio di avere i frutti d'oro del suo giardino; Atlante acconsentì facendogli però notare che i frutti poteva coglierli soltanto lui e che aveva un problema: chi avrebbe sorretto il cielo al posto suo? Ercole si propose subito come suo sostituto. Atlante andò così a cogliere i frutti, tornando però disse ad Ercole che non se la sentiva di riprendere quell'incomodo compito di sorreggere un peso sulle spalle e dal momento che aveva trovato un così bravo sostituto, avrebbe lasciato a Ercole tale compito...Per quanto riguardava i frutti d'oro li avrebbe portati lui stesso ad Euristeo. Ercole fece finta di essere d'accordo con la soluzione e chiese ad Atlante, di sostituirlo un attimo, per poter cambiare spalla; Atlante cadde nel tranello e Ercole riuscì a scappare col bottino.

Atlantide - La riscoperta del mito di Atlantide si deve a Platone, che lo ha descritto come un continente costituito da un gruppo di isole situate al di là delle Colonne d'Ercole. Pensare a Tartesso sembra quindi piuttosto ovvio, ma cerchiamo nella genealogia mitica dei re di Tartesso se può esservi qualche collegamento con il mito di Atlantide.
A proposito di Gerione, il gigante tricefalo re di Tertesso, abbiamo detto che era figlio di Crisaore, nato dal sangue della Gorgone Medusa quando fu decapitata da Perseo.
Crisaore (Chrysaor) sposò Calliroe, figlia del glorioso Oceano, e dalla loro unione nacque Gerione triforme che a sua volta aveva una figlia di nome  Erytheia (o Eritrea) che, sedotta da Hermes, aveva generato il re Norax. Ma Gerione aveva un'altra figlia, Clito, nata dalla sua relazione segreta con Evenor, la moglie del pastore Leucippe. Clito (Cleitus) fu amata dal dio Poseidone e la coppia ebbe cinque coppie di gemelli, tutti uomini forti. Il primo dei loro figli, chiamato Atlas o Atlante, (questo Atlante è diverso da quello che è stato condannato a portare sulle spalle la sfera celeste e al quale abbiamo fatto riferimento nel trattare il mito del Giardino delle Esperidi) rivendicò per sé il trono di Tartesso, che avrebbe dovuto appartenere al fratellastro Norax. 
Poco si sa circa le guerre che combatterono Hermes e Poseidon per i diritti dinastici dei loro figli, ma essendo Poseidone dio del mare e Tartesso un regno eminentemente marittimo, appare chiaro che Atlas vinse la contesa. Per questo Norax dovette fuggire e approdò in Sardegna, dove fondò la città di Nora, e non fu per zelo colonialista.
Atlas, o Atlantis (Atlante) e i suoi fratelli, con il prezioso aiuto del padre Poseidone, trasformarono il loro regno in un paese ricco, potente e praticamente inespugnabile, invidiato da tutte le nazioni del tempo. Atlantide, questo era il nome del regno, fu composta da una sorta di isole concentriche in modo che per raggiungere la costa del mare si doveva passare attraverso tre ampi tratti di terra e molti canali circolari. 
Come doveva presentarsi, vista dall'alto,
 la città principale di Atlantide.
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Platone fa una descrizione molto accurata di tale struttura, fornendo tutti i tipi di dati e misure. Basti dire in proposito, che l'isola centrale, dove sorgeva il palazzo reale era circondata da un muro di pietra con torri e porte a tutti gli ingressi dal mare. Canali concentrici erano collegati al mare aperto da un unico corso d'acqua, il Canal Grande, che attraversava le paratie fra le isole al di sotto di tre grandi ponti larghi circa trenta metri. Diceva Platone che le pareti della paratia esterna fosse stata interamente coperta di bronzo, di stagno l'intermedia e d'oricalco quella dell'isola centrale, metallo simile all'oro, ottenuto solo ad Atlantide e che non è mai più stato prodotto.
L'organizzazione politica del paese concedeva a ciascuno dei nove fratelli di Atlante, un territorio del regno, che era governato con assoluta autorità. Solo ad Atlas, come re principale, era permesso intervenire in questioni generali, e le sue decisioni dovevano essere avvallate e convalidate dai suoi nove fratelli. I re si relazionavano tra di loro secondo una legge il cui testo era stato inciso su una colonna di oricalco conservata nel tempio di Poseidone e contenente una serie di terribili maledizioni a coloro che non l'avessero osservata. Ogni cinque e sei anni, i dieci re si riunivano per affrontare le questioni di stato e per giudicarsi l'un l'altro.
Poi seguiva un rituale in cui si chiedeva a Poseidon che propiziasse il sacrificio di un toro selvaggio, e i re si ritiravano quindi in un recinto all'interno del tempio, armati solo di funi e corde e quando avevano catturato il toro lo portavano al pilastro di oricalco dove lo sgozzavano, lasciando che il suo sangue bagnasse l'iscrizione sacra. Dopo il sacrificio di sangue offerto a Poseidone, consumavano vino e libagioni in suo onore.
Come doveva presentarsi la città principale di Atlantide.
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Uno stato così ricco, pensarono i discendenti ed eredi dei primi Atlantidei, potrebbe risvegliare l'ambizione degli altri paesi; così raccolsero un grande esercito di difesa composto da un numero enorme di guerrieri e completato con diecimila carri e 1.200 navi da guerra. Nel corso del tempo, l'ambizione di conquista altrui che gli Atlantidei temevano, si insinuò nei loro cuori, e li portò ad invadere prima i regni iberici peninsulari, a cui gradualmente seguirono quelli del  Mediterraneo del nord fino all'Italia, poi a sud fino in Egitto. Ma questa sconfinata ambizione fece infuriare Poseidone, e la terra ruggì dal suo centro e sollevò enormi onde che divorarono in un batter d'occhio le navi di Atlantide. Poi Hermes potè reagire chiedendo l'aiuto delle forze dell'inferno che guidavano le anime dei morti. E tutta Atlantide, con i suoi palazzi fiabeschi, i templi maestosi e i bellissimi giardini, affondò nel mare in una catastrofe senza precedenti nella storia ... o nella leggenda. I pochi scampati che si salvarono, popolarono le terre di  Tartesso e con il tempo cominciarono a coltivare la terra e ad organizzare una grande nazione.

Gárgoris e Habis - Un altro re mitologico di Tartesso, presumibilmente molto più vicino nel tempo, era Gárgoris che ha insegnato ai suoi sudditi a prendere il miele dai favi e il cui nome è legato alla coltivazione dei cereali. Come frutto della relazione incestuosa con sua figlia, Gárgoris ebbe un figlio di nome Habis.
Il re, più imbarazzato che pentito, cercò di nascondere il suo peccato cancellando la creatura. Prima lo abbandonò nel bosco di notte, ma le fiere lo rispettarono e lui si risvegliò in vita, poi lo abbandonò in mare, allo stesso modo, e lui, galleggiando sulle acque fu riportato a riva sul retro di una grande onda. Qui trovò una cerva che lo allattò e lo crebbe. Habis crebbe libero, agile e forte. Raggiunta l'età dell'adolescenza il ragazzo selvaggio rimase imprigionato in una rete tesa da un cacciatore di cervi. Comparve così dinanzi a Gárgoris che lo riconobbe immediatamente e chiese perdono agli dei, e si prese cura di lui, nominandolo suo successore. Habis fu un re civilizzatore e legislatore; divise il suo regno in sette città e ordinò i suoi sudditi in sette caste, vietando ai nobili il lavoro servile. Inoltre insegnò a coltivare la terra con i buoi aggiogati all'aratro al suo popolo.

Consideriamo le Fonti Letterarie su Tartesso.

L'Ora Maritima - Come si vede, ci sono molti miti e leggende associate a Tartesso, ma le fonti letterarie possono fornirci una visione più realistica di questo paese, sempre velata dalle nebbie del tempo. Anche se vi è un alfabeto e una scrittura tartessica,  non sono stati ancora decifrati, nonostante gli sforzi di molti studiosi, quindi abbiamo a che fare con quello che hanno scritto su Tartesso Greci, Fenici, Egizi, semiti e Romani.
Il documento più antico su Tartesso è il poema "Ora Maritima" di Rufo Festo Avieno. Anche se è stato composto intorno all'anno 400 d.C., il poeta utilizza come principale fonte di ispirazione la memoria scritta del viaggio di un marinaio massaliota (di Marsiglia), l'Euthymenes, scritto nel VI secolo a.C. e forse qualche fonte fenicia ancora più antica. Il documento cita la città di Tartesso che si trova tra le braccia della foce di un fiume che corrisponde all'attuale Guadalquivir. La lettura prosegue  affermando che Tartesso ha governato su una vasta regione che si estende dalle regioni orientali, menzionando in particolare la città di Herma e la foce di un fiume, che potrebbe essere il Segura o il Vinalopó fino alla foce del Guadiana, nella metà meridionale del Portogallo. Avieno nomina anche diversi popoli stanziati a Tartesso, come i Cilbicenos, Etmaneos e Ileates, oltre che gli abitanti del regno di Selbyssena.
Tuttavia, altri autori ci danno un'immagine minore dell'impero tartessico. Ecateo di Mileto, alla fine del VI secolo a.C., nel suo Periegesís, separa le città dei domini di Tartesso da quelle che i Mastienos avrebbero occupato in gran parte dell'Andalusia orientale, menzionando come città dei Mastienos: Mainobora nei pressi dell'attuale fiume Velez, Sixo, l'attuale Almuñecar, o Sualis (Fuengirola). Ciò ridurrebbe l'ambito tartessico al sud-ovest della penisola. Ecateo menziona anche le città Tartessiche di Elibirge (si può pensare ad Andujar) o Ibila, probabilmente, entrambe situate nella valle del Guadalquivir.
Erodoto di Heraclea, e nel V secolo a.C. nomina i tartessici congiunti ad altre popolazioni come Cineti, Gleti, Elbisini, Mastieni e Celciani, tutti situati sulle sponde dello stretto.

L'avventura di Kolaios - Il poeta Stesicoro di Himera, racconta l'avventura del marinaio Kolaios di Samo nella sua opera Gerioneida, dedicata alla descrizione della lotta tra Ercole e Gerione. Anche Erodoto cita questo favoloso viaggio. Sembra che Kolaios, intorno al VII o VI secolo a.C., si imbarcasse per l'Egitto, ma forti venti lo avrebbero deviato dal suo percorso per portarlo al di là delle Colonne d'Ercole. Venne quindi a contatto con i Tartessici e fece con loro ottimi affari: tornò con un carico d'argento di dimensioni tali che persino l'ancora della nave era forgiata con quel prezioso metallo. Con un decimo dei suoi profitti, pari a sei talenti, fece costruire un cratere argolico di bronzo con rubinetti sporgenti a forma di testa di grifone in cerchio che offrì al tempio di Era: era sostenuto da tre giganti di sette cubiti di altezza appoggiati sulle ginocchia. Un lavoro faraonico, senza dubbio.

La Bibbia - Nella Bibbia Tartesso fu indicata dagli ebrei con la parola Tarsis. Con la variazione di Tharsis è spesso menzionata nella Bibbia, soprattutto dell'Antico Testamento, citata in ventuno paragrafi, undici volte nei libri dei Profeti e sei volte in altri libri. Sembra quindi che la parola Tartesso sia di origine semitica, e potrebbe significare "fine della terra". E' singolare il continuo rimando biblico alle cosiddette "navi di Tarsis", in cui si portavano enormi tesori e che riuscivano a fare viaggi lunghi e difficili. Ezechiele 27, 12 dice: "Tarschisch commerciava con te (Tiro), a causa della moltitudine di mercanzie di cui disponeva: argento, ferro, stagno e piombo."
Tartesso, indicata come Tarsis (o Tarshish, o Tarsish) nei testi biblici:
- "I re di Tarsis e delle isole devono offrire i loro doni ..." - Bibbia, Libro Secondo dei Salmi, 72,10.
- "Tutti i calici di re Salomone erano d'oro (...) Non c'era argento, nessun caso ha fatto nulla di tutto questo nei giorni di Salomone, quando il re aveva in mare le navi di Tarsis con Hiram e ogni tre anni venivano le navi di Tarsis portando oro, argento, avorio, scimmie e pavoni." E segue: "Hiram, re di Tiro (969-936 a.C.) di potenza fenicia, successore di Sidone. Questo re aveva stabilito accordi con il re Davide, durante la costruzione del Palazzo Reale e il Tempio di Gerusalemme, e poi con Salomone." - Bibbia, I Re, 10, 21-22.
- "Perché gli dèi delle nazioni sono vane: un albero del bosco, il lavoro delle mani del maestro con l'ascia lo interruppe con argento e oro impreziosisce, provenienti da Tarsis laminato argento, oro di Ofir e maestro lavorazione mani orafo, di blu e porpora e di scarlatto è il suo vestito, tutti sono il lavoro degli artigiani. Con il martello e chiodi che tengono in modo che non si muova. Sono come spaventapasseri nei campi, che non parlano. Bisogna portarli, perché non possono camminare. Non abbiate paura di loro, perché non fanno nulla di buono o cattivo." - Bibbia, in Geremia, (nato nel 645 a.C.) 10, 3.
- "(Descrizione di Tiro e di ricchezza). Tarsis commerciava con te in abbondanza tutti i tipi di prodotti: argento, ferro, stagno e piombo per la vostra merce (...) Le navi di Tarsis erano le tue carovane che portano merci. Così si diventa ricchi e ricchi nel cuore dei mari." - Bibbia, Ezechiele, (inizio sec. VI a.C.) 27, 12.
- "Giona si levò per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore, scese a Giaffa, dove trovò una nave che doveva andare a Tarsis. Ha pagato il prezzo della corsa e scese in essa per andare con loro in Tarsis dal Signore." - Bibbia, Giona, (IV sec. a.C.) 1, 3.

Altri testi, Erodoto e Giustino - Erodoto offre anche una serie di idee circa l'organizzazione sociale e politica di Tartesso quando nota l'esistenza, intorno alla prima metà del VI secolo a.C., di una monarchia retta da Argantonio, mitico re dei tempi antichi, noto per la sua favolosa ricchezza e longevità. Si rese conto che regnò per 80 anni e ne visse centoventi. Questo è probabilmente il primo re storico di Tartesso che conosciamo, anche se su molti dei fatti che gli vengono attribuiti potrebbero esserci dei dubbi.
Ma il testo più lungo che si riferisce alla struttura e organizzazione sociale tartessica, è la narrazione del mito di Habis e Gárgoris di Giustino, nel secondo secolo dopo Cristo, il quale è a sua volta una sintesi del lavoro di uno storico contemporaneo di nome Trogo Pompeo,  ai tempi dell'imperatore Augusto. Tuttavia, molti storici considerano questo testo una imitazione di altri miti di epoca classica, come le storie di Sargon di Akkad, Mosè, Romolo e Remo o Ciro di Persia. Parallelismi così comuni in molte leggende minano sicuramente la loro credibilità.

La fondazione di Gadir - Molti e vari sono i testi che si riferiscono alla colonizzazione fenicia e greca della penisola iberica. Abbiamo già descritto il famoso viaggio di Kolaios, ma c'è un altro evento importante. Secondo lo studioso greco Posidonio raccontato dalle stesse labbra di cittadini di Gadir con cui viveva, un oracolo comandò gli abitanti della città fenicia di Tiro di fondare una colonia alle Colonne d'Ercole. I primi inviati arrivarono nei pressi di Calpe (Gibilterra), e supponendo che nelle vicinanze vi fosse la fine del mondo, si ancoraggio nella città di Almuñécar, offrirono un sacrificio agli dei, che non ebbe buon esito, e ritornarono in madrepatria. Una seconda spedizione giunse al di là di una stretta isola consacrata a Ercole vicino alla città di Onoba (Huelva). Anche il nuovo sacrificio fu avverso. Infine, la terza spedizione è riuscita e ha fondato Gadir, innalzando un santuario nella parte orientale di quella che allora era un'isola nella città occidentale. Veleyo Patérculo data questa fondazione a 80 anni dopo la presa di Troia, che avvenne nel 1.184 a.C. secondo le fonti antiche. Così Cadice fu fondata circa nel 1.104 a.C.

L'Archeologia.

Il fallimento delle fonti letterarie - Fino alla fine del XIX secolo, lo studio di Tartesso era concentrato esclusivamente sull'analisi di testi classici, dalla Bibbia ai testi scritti in greco e/o latino, senza scoprire molto di nuovo. Le dichiarazioni contenute in quei testi erano in molti casi contraddittorie, e in altri più che improbabili. Giuseppe Flavio aveva coniato la famosa genealogia "Tubal e Tarsis, nipote di Noè", che i libri per bambini fino a poco tempo fa riportavano, riferendosi ai primi abitanti della Spagna. Senza dubbio, per approfondire la conoscenza delle civiltà più importanti della protostoria nella penisola iberica, è necessario raccogliere nuovi dati provenienti da altre fonti. All'inizio del XX secolo prese forma in Spagna un'archeologia più scientifica, che alla fine avrebbe contribuito in modo decisivo all'interpretazione dell'enigma di Tartesso.

George Edward Bonsor, il precursore - L'archeologo anglo-spagnolo George Edward Bonsor può essere considerato il creatore del moderno studio archeologico di Tartesso. Lì giunto intorno al 1880, ha fondato la Società archeologica locale e ha iniziato gli scavi nella necropoli romana con il suo amico Juan Fernández López. Nel 1989 ha pubblicato: "Les colonie agricoles préromaines de la vallée du Betis", che riprende gli studi sulla necropoli tartessica di Bencarron, St. Lucia, La Acebuchal, la Croce del Negro, Alcantarilla e La Cañada di Ruix Sanchez, e dati sulla ceramica campaniforme che compone il gruppo chiamato "Carmona". Bonsor, in base alle sue scoperte, ha proposto uno schema composto da diverse fasi storiche, la prima focalizzata sulla popolazione indigena, per poi passare attraverso una serie di ondate di coloni provenienti da varie località (Tiro, Grecia, territori dei Celti...). Cercò anche di trovare il sito dell'antica città di Tartesso, con tre stagioni di scavi a Cerro del Trigo. Propone nel 1921 un sito di questa città, tra la laguna di El Sospetòn e la duna di Carrichal, e nel 1922 suggerisce invece la Torre Carbonera. Insieme con un altro famoso studioso, Adolf Schulten, si è dedicato a scavare Cerro del Trigo tra il 1923 e il 1925, dove hanno trovato i resti di una salina tardo romana, sperando di scoprire altri resti antichi, il che non è successo.

Adolf Schulten e il consolidamento dello studio Tartéssico - Si deve riconoscere che il vero padre della ricerca di Tartésso fu Adolf Schulten che pubblicò la prima edizione della sua opera su Tartesso, in spagnolo castigliano, nel 1924. L'ossessione di questo tedesco era quella di scoprire la città di Tartesso, emulando il suo connazionale H. Schliemann, che scoprì la fino ad allora mitica Troia. Schulten ha concentrato la sua attività nell'analisi di testi classici, in particolare della suddetta Ora Maritima, ma in nessun modo ha dimesso la pratica dell'archeologia. Il professor Adolf Schulten, considerava ligure l'intera penisola iberica prima dell'invasione della stirpe iberica (camita-berbera) dall'Africa del 6.000 a.C., e pensava che la lingua basca fosse una reliquia dell'antica lingua ligure. Schulten propugnò un mondo tartéssico di origine greca, vincolato ad una prima migrazione minoica antecedente alla fondazione di Gadir (nel 3.000 a.C.) e con ondate successive, attribuite ai Tirseni (o Tirreni), come migrazioni dei popoli del mare, che avrebbero dato luogo anche alla cultura etrusca nella penisola italiana. Secondo Schulten la fine di Tartesso fu dovuta alla conquista da parte dei cartaginesi del sud della penisola iberica alla fine del VI secolo a.C.; con la chiusura dello Stretto di Gibilterra per impedire l'arrivo dei marinai greci che avevano permesso di prosperare all'impero tartessico. Schulten parla di uno Stato Tartéssico centralizzato, con leggi e una forte gerarchia, una città di mercanti e marinai felice e ospitale, un popolo colto e intraprendente, fantasioso, molto appassionato di canti e balli. Sembra questo un quadro perfetto e romantico, forse più influenzato dalla fantasia che da ragioni scientifiche.
I Fenici, come anche i Cartaginesi, sono descritti come avidi, astuti, aggressivi, barbari, i malefici responsabili della distruzione del "paradiso" che era Tartesso. Non c'è dubbio che questo approccio ricorda un po' lo scontro che si è verificato tra la Germania e l'Intesa nella prima guerra mondiale, ed è facile dedurre che Schulten si identifica con Tartesso contro quelli di Cartagine.
Tuttavia, il lavoro di Schulten incoraggiò molti ricercatori a cercare la mitica città di Tartesso e i suoi favolosi tesori. Il ricercatore tedesco, seguendo la sua natura romantica, trovò nel Coto de Doñana un anello in bronzo con una possibile iscrizione greca arcaica.

Da: http://www.piazzasanremo.net/2011/08/i-liguri.html
L'enclave di Tartesso con il Lago Ligustinus, il confine dell'impero
in verde e le colonie Greche in blu e Fenicie in marroncino.
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
Nei toponimi della zona in cui sorge Siviglia, c'è ancora il nome Lago Ligur, così come Isla Major dove non c'è più nemmeno l'acqua.
Anticamente c'era il Lago Ligure in quella zona, o Lago Ligustino, o Ligustico.
Per questo motivo il professor Adolf Schulten considerava ligure l'intera penisola iberica prima dell'invasione della stirpe iberica (camita-berbera) dall'Africa del 6.000 a.C., e pensava che la lingua basca fosse una reliquia dell'antica lingua ligure.
Il popolo basco è stato da lunghi decenni oggetto di numerosi studi, sia dal punto di vista etnico, linguistico e biologico, con l'intento di chiarire l'antica origine di questa popolazione, e dal punto di vita biologico è stata riscontrata la presenza, in una forte percentuale della popolazione (circa il 30% - 35%), del fattore Rh negativo.
Euskadi, i Paesi Baschi, nel nord
ovest della Spagna
Gli studi condotti portano ad ipotizzare che l'origine del popolo basco sia da ricondurre alle antiche popolazioni umane che, autoctone, abitavano l'Europa durante il paleolitico e che, a seguito dell'ultima glaciazione, si sono insediate nell'attuale area dei Paesi Baschi.
Se quindi i Baschi appartenevano ad una famiglia di popolazioni Liguri, o proto-Liguri, si evince che la genesi Ligure è autoctona.
A sostegno di quest'ipotesi è anche la mappa degli aplogruppi del cromosoma Y in Europa. L'Aplogruppo R1b (Y-DNA), viene ritenuto essere la più antica linea genetica europea, associata ad un effetto del fondatore verificatosi nell'Europa centro occidentale. Le popolazioni stanziatesi in Italia dal Mesolitico sono caratterizzate da alte frequenze di R1 (xR1a1), condizione che si ritrova ad oggi nelle popolazioni basche, ritenute le più somiglianti geneticamente ai primi europei. (Vedi la mappa qui di seguito, nel 10.000 a.C.)
La longevità della civiltà dei Liguri è dovuta al ruolo decisivo che hanno avuto, dall'età del Bronzo in poi, nel reperimento di metalli preziosi (argento e oro) , di minerali (come la cassiterite, da cui si ricava lo stagno che, legato al rame, da il bronzo), nella conoscenza delle tecnologie metallurgiche per la produzione di metalli (bronzo, argento) e la commercializzazione stessa, anche via mare, di bronzo, piombo, sale, oro, argento e dell'ambra, proveniente dalle coste baltiche, anche se non possediamo documenti, scritti, informazioni sulle loro navi, sul loro stato sociale, provenienti da loro: quello che ci hanno trasmesso è nell'espressione megalitica e negli antichi petroglifi. Del loro nome, della loro cultura, del linguaggio e costumi ne parlano i primi storici Greci e Latini, oltre alla mitologia, perlopiù dei Greci antichi.
Questa mancanza di informazioni è indubbiamente motivata da una strenua difesa dei propri traffici e commerci in un'Europa che era meta di continue ondate migratorie da est.
Certamente si mischiarono alle popolazioni iberiche prima, ai greci di Focea e ai Celti poi, tanto che alcune tribù definite Celtiche erano Liguri, come i Taurini, i Friniati, ecc., ma rimasero Liguri  fra il Rodano e l'Arno, da ovest a est e fino al Po a nord.
Anche se si allearono ad Annibale nella II guerra punica contro Roma, Annibale non si azzardò a passare dalla Liguria... preferì valicare le Alpi, a prezzo di molte perdite, non solo umane.

Carta della II guerra Punica, 218 a.C. Le popolazioni iberiche (Bastetani,
Turtedani, Oretani e Carpetani) assoggettate ai Cartaginesi, e i Liguri.
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Carta geografica delle vie di
penetrazione della civiltà megalitica
proto-Ligure. Fonte:
dtv-Atlas of World History,
Atlante storico di Hermann Kinder
e Werner Hilgemann del 1964
- Nel "V Simposio Internazionale di Preistoria Peninsulare. Tartessos 25 anni dopo" tenuto a Jerez de la Frontera nel 1995, vennero illustrate le ipotesi contenute nel testo di O. Arteaga , H.D. Schulz e A.M. Roos: "Il problema del Lacus Licustinus. Ricerca geoarcheologica intorno alle paludi del Basso Guadalquivir". Quelle ipotesi riguardano una civiltà proto-Ligure dai caratteri megalitici che si è spinta nel nord-Europa atlantico da cui sono derivate genti Liguri che organizzavano traffici di oro, argento, piombo, stagno e/o i minerali che contengono quest'ultimi (cassiterite), dai territori Atlantici, per poi produrre bronzo e argento nel Lago Ligustico (nelle foce del Guadalquivir), e commercializzavano quindi tutti i loro manufatti metallici.
Cassiterite, minerele contenente
stagno, oggetto dei traffici
commerciali dei Liguri
Ecco un resoconto di queste ipotesi: "Il Professor Schulten, considera ligure l'intera penisola spagnola prima dell'invasione della stirpe iberica (camita-berbera) dall'Africa, e pensa che la lingua basca sia una reliquia ligure. L'affermazione che la popolazioni primitive della penisola sia ligure, poggia su un brano di Esiodo del VII secolo a.C., chiamante ligues (ligure) tutta l'Europa occidentale.
Eratostene la chiama Ligustica.
Avieno, descrivendo l'attuale Andalusia, cita il lacus Ligustinus, e chiama la Galizia e il Portogallo "Oestrimnios", nome identico a quello ligure per Bretagna.
Carta geografica dei sette fiumi importanti  per la storia dei
Liguri e dei confini delle loro aree di influenza: Guadalquivir
 (Tartesso o Betis) , Jùcar (Sicano), Ebro, Rodano, Var (Varo),
Magra e Arno. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Tra le altre prove di insediamento ligure in Galizia, vi sono le somiglianze di nomi galiziani nella popolazione con riferimenti alla costa ligure della Francia meridionale e del nord-ovest dell'Italia; anche se i nomi di origine ligure compaiono in diverse parti della penisola iberica, in particolare sembrano essere concentrati in Galizia.
Inoltre, in Portogallo, la penisola più occidentale (Cáceres) e il fiume Sado hanno nomi tipici delle persone che occupano la Liguria e in particolare le sue coste. Per il Professor Schulten, l'etnia ligure è stato il principale substrato della popolazione nativa e la popolazione dominante nella regione centrale della Andalusia prima della fondazione della città di Tartesso. Per noi, questo giustifica il nome del lago ligure che viene dato nel VI a. C. all'ambiente palustre che esiste nell'enclave stesso territoriale nella capitale e città portuale di Tartesso. Si noti anche l'esistenza di una città vicina chiamata Tartesso Ligustina.
Carta geografica del sud dell'Iberia (Spagna) nella fine del  I° secolo a.C.:
risulta che all'epoca romana (regno di Augusto) di Tartesso gia' non c'è
più traccia, ma il golfo che attualmente prende il nome dalla citta' di Cadiz
(Cadice, antica Gadira o Gades) si chiamava allora Tartessius Sinus
(golfo di Tartesso).
Secondo noi c'era una intesa commerciale tra i popoli Liguri ancestrali, originariamente associata alla diffusione della cultura megalitica. I Liguri, sparsi nel Mediterraneo occidentale e sulle coste atlantiche, su entrambe le vie commerciali marittime dell'Europa occidentale, hanno permesso la circolazione delle merci, minerali e prodotti in metallo. Il nostro proposito è quello di evidenziare il fatto che la popolazione Ligure pre-tartessica ha raggiunto un ruolo di rilievo in questa intesa, grazie alla sua posizione strategica e alla straordinaria ricchezza di metalli nella sua area di influenza.
Carta con l'enclave di Tartesso e i suoi confini in verde brillante,
le colonie greche in blu e le colonie fenicie in marroncino.
Si vedono il Lago Ligustico, Asta Regia (Jerez de la Frontera) e
 Gadir (Cadiz).  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
In particolare è venuto a dominare il flusso di metalli pesanti dall'Atlantico, a nord (principalmente stagno e piombo) verso il Mediterraneo occidentale.
"Secondo Adolf Schulten quindi, gli Iberici, popolazione camita-berbera, penetrarono nella penisola iberica dall'Africa nel 6.000 a.C., spinti probabilmente dall'aridità sahariana, dopo che popolazioni Liguri vi si erano già insediate, e pensa che la lingua basca sia una reliquia ligure. C'era già un'intesa commerciale tra i popoli Liguri ancestrali, e quest'intesa non era dichiarata, ma tenuta segreta per tutelare il monopolio Ligure sui loro prodotti e commerci: sale, oro, argento, bronzo, ambra...
Cartina geografica dell'Europa
intorno al 500 a.C.: le città e
le vie dell'Ambra, in nero e rosso,
i siti di rinvenimento di Ambra
in  rosso, la circumnavigazione
dell'Europa dei Fenici.
Clicca l'immagine per ingrandirla.
La civiltà pre-tartessica sarebbe stata costituita dal substrato culturale di diversi popoli (liguri, iberici e coloni orientali arrivati da Creta nel 3.000 a.C.), ma presumibilmente era ligure (come indica il toponimo Lago Ligur, il Lagus Ligustinus per i Romani) il substrato predominante nella zona prima della fondazione della capitale tirrenica Tartesso.
Questo aveva permesso ai Liguri di gestire i commerci in ambito mediterraneo e atlantico fino al 1.200 a.C., quando i di Tirseni, o Tirreni, da cui derivarono gli Etruschi occuparono la Tartesso Ligustica (nel delta acquitrinoso del Tartesso, il Guadalquivir, navigabile fin dopo l'attuale Cordova, territori ricchi di metalli fino alla Sierra Morena) e i fenici, dopo aver edificato Gadir, l'attuale Cadiz, dopo 200 anni monopolizzarono il Mar Mediterraneo occidentale, difendendo con spaventosi racconti e, dove non bastavano, con la violenza, la conoscenza geografica e l'ubicazione delle materie prime delle terre oltre le colonne d'Ercole.
Carta con la ricostruzione delle dimensioni del
Lago Ligur, nell'enclave di Tartesso. 
Clicca sull'immagine per ingrandirla
Secondo il prof. Schulten infatti, la nascita di Tartesso come capitale del territorio tartessico, trae le sue origini dall'arrivo di popolazioni provenienti dall'Asia Minore, culturalmente più avanzata rispetto ai pre-tartessici, e dopo il loro arrivo nella costa andalusa sono diventate la classe dirigente.
Queste popolazioni sono Tirseni, Tirreni, Raseni o Turuscha (forse uno dei Popoli del Mare, sicuramente gli antenati degli Etruschi italici, che chiamavano se stessi "Rasenna"), che arrivarono intorno al 1.200 a.C. dall'Asia Minore e fondarono la colonia di Tartesso su un'isola tra la foce del Guadalquivir e l'oceano.
Da questa colonia iniziò l'invasione e la sottomissione della zona. Gli invasori fondarono una fiorente oligarchia commerciale e militare la cui capitale fu Tartesso stessa. Nel regno furono stabiliti due principali centri: la foce del Guadalquivir, dove c'era Tartesso, e quella dell'antica Olba, (nei pressi dell'attuale Huelva, sul fiume Tinto, nel nord ovest del territorio di Tartesso, vicino all'attuale frontiera col Portogallo), che doveva fungere da deposito di Tartesso dei minerali di rame nel bacino di Rio Tinto. Da notare che la famiglia toponimica paleoligure di Alba, connessa a idronimi paleoeuropei in Alb- e, apofonicamente, al tipo Olb- (anche Orb- in area ligure), non rappresenta una formazione diretta sull’aggettivo indoeuropeo albho- ‘bianco’, ma, insieme a questo, continua un radicale pre-protoindoeuropeo Hal-bh- ‘acqua’ attestato anche dal sumerico halbia, (accadico halpium, ‘sorgente, massa d’acqua, cavità d’acqua’) ed è ulteriormente analizzabile come ampliamento
Liguri - Carta geografica della foce del Guadalquivir. In giallo
è segnalata  Isola Maggiore ma non c'è più acqua attorno
ad essa. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Quando la realtà di Tartesso produsse un volume di traffico qualitativamente superiore, i Liguri, ormai sudditi dei Tirreni, centralizzarono nella bassa Andalusia il commercio di minerali, che divenne il centro di ridistribuzione (soprattutto per lo stagno, ingrediente base dei famosi bronzi tartessici). I liguri di Tartesso devevano essere metalmeccanici qualificati: sia come membri illustri autorizzati a stabilirsi nella metropoli che rendendo i propri servizi ai lavori forzati, come schiavi, nel settore metallurgico e minerario. La denominazione di un lago e di una città Ligustica non sembrava poi così strano ai Romani che, quando sono li arrivati, ​​erano in grado di identificare i tratti culturali comuni e anche un linguaggio residuo comune a quello ligure italico, che conoscevano in prima persona.
Nel lago ligure erano ancorate le navi e raccolti i beni dalla lega commerciale ligustica: prima come area di  scarico dei minerali e delle merci introdotte dalle basi Liguri, poi con lo spazio a disposizione per l'elaborazione metallurgica e lo stesso habitat e insediamento per una vasta popolazione dai costumi tipicamente liguri.
L'alfabeto di Tartesso.
 Clicca sull'immagine
per ingrandirla.
La prima fonte storica che allude a Tartesso è in "Storie" di Erodoto, nel V sec. a.C. che indica come  re di Tartesso, Argantonio (che significa uomo d'argento), uomo di grande ricchezza, saggezza e generosità che regnò 100 anni. Nel più tardo IV secolo, lo scrittore romano Rufo Festo Avieno, nella sua "Ora Maritima" descrive le coste mediterranee utilizzando fonti che lui definisce antichissime e di autori sconosciuti, fra cui il Periplo di Scillace, geografo e navigatore greco (V-VI sec. a.C.), ed il periplo o racconto-descrizione di un marinaio Massiliota che racconta di una navigazione dall'attuale Cornovaglia, in Inghilterra, fino a Massalia (Marsiglia) nel VI secolo a.C., descrivendo così per primo i confini fisici nell'Atlantico dell'Iberia, citando appunto il Lago Ligur.
Nell'ambito del mito di Eracle, o Ercole, la sua decima fatica fu proprio quella di rubare le mandrie di Gerione. Gerione è una figura della mitologia greca, figlio di Crisaore e di Calliroe, e fratello di Echidna. Era un fortissimo gigante con tre teste, tre busti e due sole braccia, proprietario d'un regno esteso fino ai confini della mitica Tartesso, oltre le colonne d'Ercole.
Riproduzione della stele di Bensafrim,
situata vicino all'attuale Algarve e al Monte
da Bravura, in Portogallo,
la cui scrittura è ritenuta Tartessica
 Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
Possedeva dei bellissimi buoi e Euristeo ordinò a Eracle di catturarlo. Eracle partì e vide la barca dorata di Helios e se la fece dare in prestito. L'eroe, giunse sui monti Calpe ed Abila, creduti i limiti estremi del mondo, oltre i quali era vietato il passaggio a tutti i mortali; separò il monte ivi presente in due parti (le due colonne d'Ercole) e incise la scritta nec plus ultra. Proseguì e arrivò nell'isola di Gerione e uccidendo il mostro si prese i buoi. Era, arrabbiata mandò uno sciame di mosche a uccidere i buoi ma Eracle affrontò pure loro e vinse. (Per visualizzare il post "Ercole in Liguria", clicca QUI ). Diversi autori mitologici, come Omero, e anche Aristofane definiscono "Tartarico", "Styx, Stige", "Aorn, Averno", "Lago Morto" o "Lago infernale" lo stesso lago Ligure.
In rosso la locazione dell'antica
Bensafrim, situata vicino all'attuale
Algarve e al Monte da Bravura,
in Portogallo. Clicca sull'immagine
 per ingrandirla
Sicuramente per i greci l'occidente, indicando la direzione del tramonto, indicava la morte stessa. Le imprese di Ercole nell'Esperide, l'occidente, potevano essere considerate esperienze nell'aldilà; inoltre, essendo il lago oltre le colonne d'Ercole, era al di là del conosciuto.
Queste visioni potrebbero anche riferirsi ad un territorio soffocante, sia in termini di eccezionale inquinamento atmosferico che delle acque. Le descrizioni della mitologia sembrano adattarsi  ad una zona acquitrinosa nei pressi di molteplici e sviluppate attività  metallurgiche e traffici marittimo-fluviale di minerali brillanti (cassiterite e minerali di rame, piombo e argento); dato che la foce del Guadalquivir in quel tempo non aveva depositi minerari, è chiaro che questi residui erano dovuti alle attività metallurgiche. Nelle vicinanze di questa zona vi sarebbero stati maleodoranti sgocciolamenti di acque con zolfo ed enormi colonne di fumo dai  forni, ciò che giustifica la designazione di "inferno" o "lago morto". Strabone nel capitolo 2 di Geografia Turdetania, riferendosi ai forni per l'argento scrive: "sono alti, in modo che i vapori pesanti sprigionati dalla massa di minerale si volatilizzino".
Pettorale in oro del Tesoro tartessico del
Carambolo, ritrovato nei pressi di Siviglia.
Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
La metallurgia dell'Argento era la più proficua ed importante per l'impero di Tartesso, ed è quindi plausibile che questi forni fossero situati sulle colline ed esposti al favore dei venti. Naturalmente le industrie metallurgiche saranno state sostenute con la forza bruta di schiavi, in condizioni di scarsa sicurezza, che rischiavano facilmente e rapidamente le loro vite. Una volta che il metallo aveva beneficiato della fusione dai minerali, si passava al lavoro dell'orafo, che è la fusione di metalli puri in semplici pezzi di stampaggio, e ciò poteva essere effettuato in luoghi urbani, in casa e all'aperto. Tartesso, centrale metallurgica, era la mecca dei metalli dell'antichità.
Rappresentazione su pietra di nave da guerra biremi
Fenicia nella guerra Assira del 700-692 a.C.
Ninive, Palazzo Sud-Ovest, Camera VII
Dopo la fondazione di Tartesso capitale di una monarchia Tirrena e di dominio della sua area di influenza, ci sarà l'assoggettamento ai Fenici di Tiro circa nel 1.000 a.C., che prenderanno il sopravvento sulla monarchia del regno, schiavizzando i tartessici e gran parte della popolazione ligure.
Per prima cosa i Fenici di Tiro, ottennero il consenso a stabilirsi nella costa a sud della foce dell'antico Betis o Tartesso, il Guadalquivir e fondarono Gadir, l'attuale Cadiz, poi si impadronirono del regno.
Tuttavia, il nuovo potere sarà in grado di mantenere l'intesa commerciale con tutti gli altri Liguri, accentuando ed energizzando il ruolo centrale di ridistribuzione del Guadalquivir inferiore nello scambio di merci e metalli tra Europa settentrionale e meridionale (Periodo Geometrico).
Stella di Tartesso.   Fonte:
http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
La forza lavoro della popolazione ligure servile, insieme con la superiorità tecnologica degli invasori, diventa il motore economico che rappresenta un aumento della produzione di metallo e fabbricazione di oggetti metallici, e giustifica la rapida espansione di Tartesso in quasi due secoli.
Il fattore del commercio fenicio con l'Oriente (Periodo Oriantalizzante) rafforza ulteriormente il potere monopolistico della monarchia Tartessica.
Sebbene non tutti i liguri-tartéssici siano rimasti schiavi per sempre, continuarono per molto tempo a essere casta minoritaria produttrice, mentre l'oligarchia militare e la sua casta commerciale furono Tirrene.
Antica imbarcazione Fenicia
con raffigurazione di chimera
Probabilmente il traffico commerciale della  Tartesso fenicia, attraverso i Liguri, fu tenuto nascosto dai coloni fenici che si stabilirono a Cadice, e costituì un ben custodito segreto nella stessa monarchia sorvegliata dai Tartessici, che  addestrava i suoi piloti nautici in una "Accademia Navale" speciale.
C'è anche la possibilità che i Fenici che arrivarono a Cadice, strinsero un patto di reciproca non ingerenza del commercio in generale: il commercio al di là delle colonne Ercole era vietato ai Fenici ed era vietato ai Tartessici il commercio nell'area mediterranea.
Da questo momento i Fenici gestiranno i commerci mediterranei, atlantici ed africani.

Carta geografica tratta dalla rivista "Ecco i FENICI" supplemento a "La
Stampa" n.48 del 3 marzo 1988, p.64.  Sono evidenziati i prodotti
commercializzati nell'antichità aventi come protagonisti i mercanti e gli
esploratori fenici quando avevano ormai conquistato anche i mercati oltre
le colonne d'Ercole, fino ad allora, appannaggio dei proto-Liguri.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta geografica tratta dalla rivista "Ecco i Fenici", supplemento a
"La Stampa" n.48 del 3 marzo 1988, p.64.  Sono evidenziate le principali vie
del commercio nell'antichità storica aventi come protagonisti i mercanti e gli
esploratori fenici quando avevano ormai conquistato i mercati oltre le
colonne d'Ercole, appannaggio dei Liguri. Clicca sull'immagine per ingrandirla. 

Dal V° secolo a.C. Tartesso, citata più volte nelle scritture ebraiche ('Tarshish', conosciuta anche come 'Tarsis' o 'Tarsisch') , non esisterà più.
Quello che sappiamo è che popolazioni Liguri si spostarono dal sud dell'Iberia a nord est, scacciando i Sicani dallo Jùcar; proseguirono a nord est fino alla foce dell'Ebro lasciando i territori conquistati agli Iberici. Alcune tribù si mischiarono con gli Iberici, (originando così gli Iberoligi), ed altre si unirono alle popolazioni celtiche, diventando Celto-Liguri; altre, rimasero ostinatamente Liguri, il popolo del Cigno, e sono giunte fino ai nostri giorni, guarda caso, in Liguria.

La morte di Tartesso contiene, come molte leggende che hanno fatto sognare nel corso del tempo, lo stesso mistero della sua nascita.

Riferimenti - Nei seguenti libri e link si possono ottenere ulteriori informazioni su Tartesso. In alcuni di loro abbiamo preso testi e i riferimenti all'introduzione storica ​​di questo post. Porgiamo quindi il nostro ringraziamento, e se qualcuno si sente plagiato in un testo, semplicemente ce lo faccia sapere e noi provvederemo a rimuoverlo.
- "Tartessos, tres mil años de enigma". Jorge Alonso. Editorial Genil, Granada, 1983
- "Desciframiento de la lengua iberico-tartessica".Fundación Tartesos S.L. Barcelona, 1996.
- "El templo de Melkart", Gonzalo Millán del Pozo. Imagine Ediciones. Madrid, 2001.
-"Cuadernos Historia 16, nº 40". Blanco, Antonio y Blázquez José María, Tartessos Ed. Información y 
   Revistas S.A., Madrid 1985.
-"Historia de España Ilustrada" .Regla, Juan.. Ed. Ramón Sopena S.A., Barcelona 1968
-"Ideología Y poder en tartessos y el mundo ibérico". Almagro Gorbea, M. Madrid, 1996.
-"Tartessos y los orígenes de la colonización fenicia en Occidente" Blázquez, J. M. Salamanca, 1975.
-"Tartessos. La ciudad sin historia" Maluquer, J. Barcelona, 1970.
- "Sociedad y mundo funerario en tartessos " Torres Ortiz, M. Madrid, 1999.
-"Reflexiones sobre los escudos de las estelas tartésicas",Boletín de la Asociación Española de Amigos de 
   la Arqueología, 23 Bendala Galán, M. 1987, pp. 11-17.
-" Historia de España Ilustrada", Regla, J. 1968, Barcelona, Ed. Ramón Sopena.
- "Notas sobre las estelas decoradas del Suroeste y los orígenes de tartessos", Bendala Galán, M. 1977, 
    en Habis 8, pp. 321-330.
- "Tartessos", Bendala Galán, M. 1985 en Historia General de España y América, Madrid, Rialp, 
    pp. 595-642.
- "Los enigmas de tartessos "Alvar, J. y Blázquez, J. M. Eds. 1993, Madrid, Cátedra.
- "Tartessos y El Carambolo " Carriazo, J. de M.1973, Madrid.
- "Tartessos" Maluquer de Motes, J. 1979, Barcelona, Destinolibro.
- "Tiro y las colonias fenicias de Occidente "Aubet, Mª E. 1994:. Crítica. Barcelona.
- "Ideología y poder en Tartessos y el mundo ibérico "Almagro, M., Madrid. 1996
- "El hombre de la plata". Arsenal, León. Valdemar 2000
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